La Dea Melfite in Val Canneto
Fino al luglio 1958 si sapeva che la Valle di Canneto, nella notte dei tempi, era stata sede di un culto pagano, in base alla testimonianza di una colonnina in pietra con una dedica alla dea Mefiti, che secondo alcuni scrittori locali sarebbe stata rinvenuta nella seconda metà del sec. XVIII nel sito dove sorge la chiesa della Madonna di Canneto.
Altri scrittori sostengono che il reperto sia venuto alla luce nella zona di S. Venditto, una località situata nelle vicinanze di Atina, e dopo varie peripezie sia pervenuto a Canneto.
Nel santuario l'ex-voto pagano, attesa la sua importanza archeologica e storica, è stato sempre tenuto nella più alta considerazione e custodito con cura vigile, riservandogli un posto ragguardevole a vista del popolo e degli studiosi. Difatti nel vecchio tempio era esposto nella navata destra, a metà, in alto in una nicchietta.
Nel nuovo si può ammirare nella cripta, protetto da una campana di vetro.
L'epigrafe dedicatoria in caratteri classici onciali (sec. I d.C.) testualmente dice; "Numerio Satrio Stabilione, liberto di Numerio, e Publio Pomponio Salvio, liberto di Pomponio, fecero dono a Mefiti".
Si tratta di due schiavi, che ottenuta la libertà dai rispettivi padroni, l'uno ne assunse il prenome (Numerio), l'altro il nome (Pomponio), poi in ringraziamento alla dea Mefiti per l'affrancamento dalla schiavitù si portarono a Canneto, dove fecero il loro dono; la colonnina con l'iscrizione dedicatoria e con sovrapposta la statuetta della deità.
Ma, se l'ex-voto di Mefiti, a causa dell'incertezza del luogo del suo ritrovamento, lasciava più di qualche dubbio sull'esistenza di un culto pagano, praticato a Canneto nella più remota antichità, nel 1958, in zona di Capodacqua, è inaspettatamente venuta alla luce una nuova testimonianza di tale culto, che prova in maniera chiara ed inconfutabile il carattere sacro della Valle di Canneto fin dal sec. IV a.C.
Infatti in quell'anno in detta zona, durante i lavori per la captazione e la protezione delle sorgenti del Melfa ad opera del Consorzio dell'Acquedotto degli Aurunci, furono fatti importanti rinvenimenti, dovuti alle trivelle, che entrarono in funzione sul luogo allo scopo di costruire dei cunicoli sotterranei per allacciare le polle sorgive e per creare all'intorno un ampio diaframma cementizio di contenimento a tutela delle medesime.
Un vero cordone sanitario costruito all'interno in profondità contro eventuali inquinamenti provenienti dalla superficie.
A m. 2 dalle sorgenti, da m. 7 circa di profondità, le sonde riportarono in luce elementi da costruzione, come pezzi di tegoli, di embrici e di colonnine in pietra lavorate, mentre più in là, da una maggiore profondità di m. 12-14 per un perimetro di m. 40 circa e a m. 27-30 dalla sorgente, fecero riemergere diverso materiale di terracotta, come statuette, piccoli arti umani, frammenti di vasellame e svariate monete, facenti parte evidentemente di un deposito votivo ivi situato e del tutto sconosciuto.
Parte di questo materiale rinvenuto a Capodacqua fu trafugato, parte con 17 monete pervenne nelle mani del Comune di Settefrati, che nobilmente lo diede in dotazione al Santuario di Canneto, dove attualmente è esposto.
Per la datazione e la frequentazione del luogo sacro è risultata decisiva la identificazione di 10 monete su 17 (le altre 7 rimangono ancora indecifrabili a causa del cattivo stato di conservazione), ivi rinvenute. Esse sono tutte del periodo repubblicano, che va dal sec. IV al sec. II a.C., e provengono dalle zecche di Roma (la maggior parte) di Suessa, di Teano Sedicine, di Cales o Caleno e dell'Italia Meridionale.
Da tali identificazioni si deducono le seguenti indicazioni storiche:
1) Nella Valle di Canneto, alle sorgenti del Melfa, a m. 7 di profondità giace un edificio sacro, dedicato a una divinità fluviale con funzione protettiva, risalente ai secc. IV -II a.C., di origine italica (volsca o sannita);
2) La frequentazione di questo santuario italico-romano non si protrasse oltre i limiti cronologici indicati dalla monetazione: dal sec. IV al sec. II a.C. La causa più probabile dell'interruzione fu uno smottamento di notevoli proporzioni delle pendici del Meta (ancora oggi visibile per la presenza nella zona di grossi massi erratici, caduti certamente dall'alto), che seppellì il tutto a vari metri di profondità;
3) Attesi i diversi coni delle monete, a Canneto dovettero convenire a scopo culturale varie popolazioni ìtaliche e latine, che ricadevano nell'area monetaria suddetta:
Volsci e Sanniti, Sedecini, Aurunci e Campani, Ernici e Latini attraverso tratturi millenari, posti a nord, ali' est e al sud della valle, comunicanti con 1' Abruzzo e il Molise, e frequentati fino all'ultimo dopoguerra ed oggi percorsi ogni anno dalle Compagnie a piedi delle feste di agosto;
4) II modesto valore della monetazione (sestante, trienti, assi) e la povertà della stipe votiva (oggetti solo di terracotta) testimoniano che la folla, che si recava a Canneto ad adorare la deità fluviale di Capodacqua, era gente di origine servile, come conferma chiaramente la colonnina ex-voto dedicata a Mefiti, con i nomi dei due liberti offerenti;
5) Sebbene dal materiale archeologico rinvenuto a Capodacqua si possa dedurre soltanto che esiste in loco, alla profondità di m. 7 circa, un santuario italico-romano dei secc. IV-II, dedicato a una divinità fluviale femminile a scopo protettivo, non vedo alcuna difficoltà nell’identificare tale divinità con la dea Mefiti, quale è documentata dall'ex-voto di Canneto, sia perché tale nume è legato alla fertilità (tra i reperti figurano anche elementi fittili della fecondità), sia perché quello di Mefiti appare un culto tipico delle valli del Melfa.
Difatti tracce di tale culto si rinvenivano a Casalattico in località S. Nazario sulla sponda sinistra del fiume, secondo l’interpretazione data dal Mommsen a una epigrafe murata nell'omonima chiesetta ( CIL, X, 5058) ed ora scomparsa.
Invece testimonianze certe del medesimo culto ci provengono dalla località Méfete, in territorio di Aquino, nelle vicinanze del Melfa; dove è stata rinvenuta una cospicua stipe votiva databile dal sec. Vili al sec. I a.C.. Anche nei terreni dintorno durante le arature riemergono frequentemente frammenti di ceramica, di terrecotte architettoniche e terrecotte votive, risalenti al sec. VII.
Pure in questa area cultuale, Mefiti (qui detta popolarmente Méfete) si conferma una divinità osca, legata, come a Canneto, alla fertilità e alle acque.
La Soprintendenza alle Antichità di Roma I, informata tempestivamente dei ritrovamenti archeologici di Canneto, ne dava subito notizia al Ministero della P.I., definendo la scoperta "di grande interesse".
E lo fu veramente da un duplice punto di vista: da quello del materiale votivo in se, riportato in superficie, che consentì la localizzazione di un santuario italico-romano in sito e, attraverso la monetazione, l'individuazione esatta dell'epoca del culto e della frequentazione; e dall'altro punto di vista della nuova stagione di ricerche archeologiche, che i ritrovamenti di Canneto inaugurarono e incentivarono nella zona.
Difatti dopo quei rinvenimenti, ad iniziativa di club locali e gruppi di giovani studiosi intraprendenti, furono condotte ricerche su vari punti del territorio. Le esplorazioni non risultarono infruttuose, perché vennero alla luce nuovi "luoghi sacri" dell'antichità, anche di notevole importanza, come quello di Pescarola in territorio di Casalvieri.
Altri depositi votivi furono scoperti in territorio di Atina (Sode, Broile, S.Marciano ed altre località), di Sora (S. Casto) e Arpino (S.Amasio ), per fermarci alle zone più vicine a Canneto.
Ma il più cospicuo ed importante di tutti gli altri, per antichità (secc. VII-II a.C.), per quantità di stipe votiva e di monete, rimane il deposito di Pescarola.
Qui negli anni 1990 e 1991 la Soprintendenza Archeologica del Lazio condusse due campagne di scavi, che portarono ad altre consistenti scoperte.
Il santuario italico-romano di Pescarola evidenzia non poche affinità col vicino santuario pagano di Canneto, sepolto ancora alle sorgenti del Melfa, quali la presenza di acque sorgive, 1' epoca, 1' origine italica, la stipe votiva e la monetazione.
Il che prova come i due centri cultuali dovevano far parte dei medesimi itinerari, percorsi fin dalla più remota antichità, dai pellegrinaggi sacri e da moltitudini di devoti e di visitatori, provenienti a un dipresso dalle medesime aree geografiche, anche lontane.
E tali genti furono dapprima Volsci, poi Sanniti ed altre popolazioni italiche ed infine Romani, che nella stipe votiva e nella monetazione dei due santuari lasciarono il segno del loro passaggio e soprattutto della loro fede nella divinità.
Un messaggio indimenticabile per i lontani posteri.
Come abbiamo visto a questo santuario si riferisce l'iscrizione a carattere sacro C.I.L., X, 5047, in cui si legge che due liberti, Numerio Satrio Strabilione e Publio Pomponio Salvie, offrirono tale dono alla dea Mefite.
Conservata per lungo tempo nel municipio di Settefrati ed ora nella chiesa di Canneto gestita dal vescovo di Sora.
«La colonnina è in stato frammentario, e spezzata nella parte superiore e in quella inferiore; si intravede una cornice. Il testo è ben conservato e gira attorno al supporto.
N(umerius) Satrius N(umerii) l(ibertus) Stabilio/P(ublius) Pomponius P(ublii) l(ibertus) Salvìus/Mefiti d(onum) d(edemnt)//. "Numerio Satrio Stabilione, liberto di Numerio, e Publio Pomponio Salvie, liberto di Publio, fecero dono a Mefite".
E' una dedica fatta da due liberti a Mefite; è un'iscrizione sacra. Sono presenti le abbreviazioni N(umerius), N(umerii), l(ibertus) ripetuta due volte, P(ublius), P(ublii), d(onum) e d(ederunt).
La punteggiatura è presente dòpo ogni parola.
Mefite è una divinità italica, da alcuni è stata identificata con Giunone. Il suo culto, diffuso tra i popoli italici dell'Appennino centro - meridionale e lucano, perdurò fino al IV secolo d.C., ma sempre meno sentito perché già largamente minato dal cristianesimo; poi cessò del tutto.
La dea è attestata a "Laus Pompeia" nella Gallia Transpadana, a Cremona, sull'Esquilino, a Capua ed ebbe i suoi centri maggiori in Lucania e in Irpinia.
Mefite era venerata soprattutto dalle popolazioni osche e sannite come "dea mater"ed era anche una divinità ctonia, il cui culto era collegato con quello degli Inferi; in seguito i Romani la privarono di quest'aspetto riducendone le funzioni.
Di conseguenza, dopo la conquista romana, la dea, che era stata per diversi secoli il simbolo religioso dell'unità della "gens Hirpinorum" e forse anche di una lega più vasta di popolazioni sannitiche, veniva ridotta a semplice deificazione delle acque solforose. Il rispetto per l'antica divinità restò ben saldo presso le popolazioni osco - sannitiche e ciò lo provano i monumenti epigrafici di Capua, Atina, Pompei, Potenza, "Grumentum", "Tuticum" ed Belano, centri vicinissimi alla valle dell'Ansante, culla del culto della dea.
Dalla formula onomastica dei due personaggi di condizione libertà, si deduce che l'iscrizione è successiva alla fase iniziale del I secolo a.C., in quanto è proprio in questo periodo che il cognome, terzo elemento della formula onomastica, fu esteso anche ai liberti».
Altri scrittori sostengono che il reperto sia venuto alla luce nella zona di S. Venditto, una località situata nelle vicinanze di Atina, e dopo varie peripezie sia pervenuto a Canneto.
Nel santuario l'ex-voto pagano, attesa la sua importanza archeologica e storica, è stato sempre tenuto nella più alta considerazione e custodito con cura vigile, riservandogli un posto ragguardevole a vista del popolo e degli studiosi. Difatti nel vecchio tempio era esposto nella navata destra, a metà, in alto in una nicchietta.
Nel nuovo si può ammirare nella cripta, protetto da una campana di vetro.
L'epigrafe dedicatoria in caratteri classici onciali (sec. I d.C.) testualmente dice; "Numerio Satrio Stabilione, liberto di Numerio, e Publio Pomponio Salvio, liberto di Pomponio, fecero dono a Mefiti".
Si tratta di due schiavi, che ottenuta la libertà dai rispettivi padroni, l'uno ne assunse il prenome (Numerio), l'altro il nome (Pomponio), poi in ringraziamento alla dea Mefiti per l'affrancamento dalla schiavitù si portarono a Canneto, dove fecero il loro dono; la colonnina con l'iscrizione dedicatoria e con sovrapposta la statuetta della deità.
Ma, se l'ex-voto di Mefiti, a causa dell'incertezza del luogo del suo ritrovamento, lasciava più di qualche dubbio sull'esistenza di un culto pagano, praticato a Canneto nella più remota antichità, nel 1958, in zona di Capodacqua, è inaspettatamente venuta alla luce una nuova testimonianza di tale culto, che prova in maniera chiara ed inconfutabile il carattere sacro della Valle di Canneto fin dal sec. IV a.C.
Infatti in quell'anno in detta zona, durante i lavori per la captazione e la protezione delle sorgenti del Melfa ad opera del Consorzio dell'Acquedotto degli Aurunci, furono fatti importanti rinvenimenti, dovuti alle trivelle, che entrarono in funzione sul luogo allo scopo di costruire dei cunicoli sotterranei per allacciare le polle sorgive e per creare all'intorno un ampio diaframma cementizio di contenimento a tutela delle medesime.
Un vero cordone sanitario costruito all'interno in profondità contro eventuali inquinamenti provenienti dalla superficie.
A m. 2 dalle sorgenti, da m. 7 circa di profondità, le sonde riportarono in luce elementi da costruzione, come pezzi di tegoli, di embrici e di colonnine in pietra lavorate, mentre più in là, da una maggiore profondità di m. 12-14 per un perimetro di m. 40 circa e a m. 27-30 dalla sorgente, fecero riemergere diverso materiale di terracotta, come statuette, piccoli arti umani, frammenti di vasellame e svariate monete, facenti parte evidentemente di un deposito votivo ivi situato e del tutto sconosciuto.
Parte di questo materiale rinvenuto a Capodacqua fu trafugato, parte con 17 monete pervenne nelle mani del Comune di Settefrati, che nobilmente lo diede in dotazione al Santuario di Canneto, dove attualmente è esposto.
Per la datazione e la frequentazione del luogo sacro è risultata decisiva la identificazione di 10 monete su 17 (le altre 7 rimangono ancora indecifrabili a causa del cattivo stato di conservazione), ivi rinvenute. Esse sono tutte del periodo repubblicano, che va dal sec. IV al sec. II a.C., e provengono dalle zecche di Roma (la maggior parte) di Suessa, di Teano Sedicine, di Cales o Caleno e dell'Italia Meridionale.
Da tali identificazioni si deducono le seguenti indicazioni storiche:
1) Nella Valle di Canneto, alle sorgenti del Melfa, a m. 7 di profondità giace un edificio sacro, dedicato a una divinità fluviale con funzione protettiva, risalente ai secc. IV -II a.C., di origine italica (volsca o sannita);
2) La frequentazione di questo santuario italico-romano non si protrasse oltre i limiti cronologici indicati dalla monetazione: dal sec. IV al sec. II a.C. La causa più probabile dell'interruzione fu uno smottamento di notevoli proporzioni delle pendici del Meta (ancora oggi visibile per la presenza nella zona di grossi massi erratici, caduti certamente dall'alto), che seppellì il tutto a vari metri di profondità;
3) Attesi i diversi coni delle monete, a Canneto dovettero convenire a scopo culturale varie popolazioni ìtaliche e latine, che ricadevano nell'area monetaria suddetta:
Volsci e Sanniti, Sedecini, Aurunci e Campani, Ernici e Latini attraverso tratturi millenari, posti a nord, ali' est e al sud della valle, comunicanti con 1' Abruzzo e il Molise, e frequentati fino all'ultimo dopoguerra ed oggi percorsi ogni anno dalle Compagnie a piedi delle feste di agosto;
4) II modesto valore della monetazione (sestante, trienti, assi) e la povertà della stipe votiva (oggetti solo di terracotta) testimoniano che la folla, che si recava a Canneto ad adorare la deità fluviale di Capodacqua, era gente di origine servile, come conferma chiaramente la colonnina ex-voto dedicata a Mefiti, con i nomi dei due liberti offerenti;
5) Sebbene dal materiale archeologico rinvenuto a Capodacqua si possa dedurre soltanto che esiste in loco, alla profondità di m. 7 circa, un santuario italico-romano dei secc. IV-II, dedicato a una divinità fluviale femminile a scopo protettivo, non vedo alcuna difficoltà nell’identificare tale divinità con la dea Mefiti, quale è documentata dall'ex-voto di Canneto, sia perché tale nume è legato alla fertilità (tra i reperti figurano anche elementi fittili della fecondità), sia perché quello di Mefiti appare un culto tipico delle valli del Melfa.
Difatti tracce di tale culto si rinvenivano a Casalattico in località S. Nazario sulla sponda sinistra del fiume, secondo l’interpretazione data dal Mommsen a una epigrafe murata nell'omonima chiesetta ( CIL, X, 5058) ed ora scomparsa.
Invece testimonianze certe del medesimo culto ci provengono dalla località Méfete, in territorio di Aquino, nelle vicinanze del Melfa; dove è stata rinvenuta una cospicua stipe votiva databile dal sec. Vili al sec. I a.C.. Anche nei terreni dintorno durante le arature riemergono frequentemente frammenti di ceramica, di terrecotte architettoniche e terrecotte votive, risalenti al sec. VII.
Pure in questa area cultuale, Mefiti (qui detta popolarmente Méfete) si conferma una divinità osca, legata, come a Canneto, alla fertilità e alle acque.
La Soprintendenza alle Antichità di Roma I, informata tempestivamente dei ritrovamenti archeologici di Canneto, ne dava subito notizia al Ministero della P.I., definendo la scoperta "di grande interesse".
E lo fu veramente da un duplice punto di vista: da quello del materiale votivo in se, riportato in superficie, che consentì la localizzazione di un santuario italico-romano in sito e, attraverso la monetazione, l'individuazione esatta dell'epoca del culto e della frequentazione; e dall'altro punto di vista della nuova stagione di ricerche archeologiche, che i ritrovamenti di Canneto inaugurarono e incentivarono nella zona.
Difatti dopo quei rinvenimenti, ad iniziativa di club locali e gruppi di giovani studiosi intraprendenti, furono condotte ricerche su vari punti del territorio. Le esplorazioni non risultarono infruttuose, perché vennero alla luce nuovi "luoghi sacri" dell'antichità, anche di notevole importanza, come quello di Pescarola in territorio di Casalvieri.
Altri depositi votivi furono scoperti in territorio di Atina (Sode, Broile, S.Marciano ed altre località), di Sora (S. Casto) e Arpino (S.Amasio ), per fermarci alle zone più vicine a Canneto.
Ma il più cospicuo ed importante di tutti gli altri, per antichità (secc. VII-II a.C.), per quantità di stipe votiva e di monete, rimane il deposito di Pescarola.
Qui negli anni 1990 e 1991 la Soprintendenza Archeologica del Lazio condusse due campagne di scavi, che portarono ad altre consistenti scoperte.
Il santuario italico-romano di Pescarola evidenzia non poche affinità col vicino santuario pagano di Canneto, sepolto ancora alle sorgenti del Melfa, quali la presenza di acque sorgive, 1' epoca, 1' origine italica, la stipe votiva e la monetazione.
Il che prova come i due centri cultuali dovevano far parte dei medesimi itinerari, percorsi fin dalla più remota antichità, dai pellegrinaggi sacri e da moltitudini di devoti e di visitatori, provenienti a un dipresso dalle medesime aree geografiche, anche lontane.
E tali genti furono dapprima Volsci, poi Sanniti ed altre popolazioni italiche ed infine Romani, che nella stipe votiva e nella monetazione dei due santuari lasciarono il segno del loro passaggio e soprattutto della loro fede nella divinità.
Un messaggio indimenticabile per i lontani posteri.
Come abbiamo visto a questo santuario si riferisce l'iscrizione a carattere sacro C.I.L., X, 5047, in cui si legge che due liberti, Numerio Satrio Strabilione e Publio Pomponio Salvie, offrirono tale dono alla dea Mefite.
Conservata per lungo tempo nel municipio di Settefrati ed ora nella chiesa di Canneto gestita dal vescovo di Sora.
«La colonnina è in stato frammentario, e spezzata nella parte superiore e in quella inferiore; si intravede una cornice. Il testo è ben conservato e gira attorno al supporto.
N(umerius) Satrius N(umerii) l(ibertus) Stabilio/P(ublius) Pomponius P(ublii) l(ibertus) Salvìus/Mefiti d(onum) d(edemnt)//. "Numerio Satrio Stabilione, liberto di Numerio, e Publio Pomponio Salvie, liberto di Publio, fecero dono a Mefite".
E' una dedica fatta da due liberti a Mefite; è un'iscrizione sacra. Sono presenti le abbreviazioni N(umerius), N(umerii), l(ibertus) ripetuta due volte, P(ublius), P(ublii), d(onum) e d(ederunt).
La punteggiatura è presente dòpo ogni parola.
Mefite è una divinità italica, da alcuni è stata identificata con Giunone. Il suo culto, diffuso tra i popoli italici dell'Appennino centro - meridionale e lucano, perdurò fino al IV secolo d.C., ma sempre meno sentito perché già largamente minato dal cristianesimo; poi cessò del tutto.
La dea è attestata a "Laus Pompeia" nella Gallia Transpadana, a Cremona, sull'Esquilino, a Capua ed ebbe i suoi centri maggiori in Lucania e in Irpinia.
Mefite era venerata soprattutto dalle popolazioni osche e sannite come "dea mater"ed era anche una divinità ctonia, il cui culto era collegato con quello degli Inferi; in seguito i Romani la privarono di quest'aspetto riducendone le funzioni.
Di conseguenza, dopo la conquista romana, la dea, che era stata per diversi secoli il simbolo religioso dell'unità della "gens Hirpinorum" e forse anche di una lega più vasta di popolazioni sannitiche, veniva ridotta a semplice deificazione delle acque solforose. Il rispetto per l'antica divinità restò ben saldo presso le popolazioni osco - sannitiche e ciò lo provano i monumenti epigrafici di Capua, Atina, Pompei, Potenza, "Grumentum", "Tuticum" ed Belano, centri vicinissimi alla valle dell'Ansante, culla del culto della dea.
Dalla formula onomastica dei due personaggi di condizione libertà, si deduce che l'iscrizione è successiva alla fase iniziale del I secolo a.C., in quanto è proprio in questo periodo che il cognome, terzo elemento della formula onomastica, fu esteso anche ai liberti».






